Filosofia

«Le strategie "dal basso verso l'alto" più rilevanti partono dall'individuo e si sviluppano attraverso l'esempio e l'emulazione fino a generare cambiamenti di massa. La permacultura - per quanto complementare a molti approcci "dall'alto verso il basso" all'interno del movimento ambientalista - non ha come obiettivo principale quello di far pressione su governo e istituzioni per cambiare la politica, ma quello di permettere a individui, famiglie e comunità locali di accentuare la loro autosufficienza e autoregolazione. [...] Tale approccio si basa sulla consapevolezza che una parte della società è pronta, disponibile e in grado, sostanzialmente - questo è ancora più significativo - di cambiare il proprio comportamento, se crede che ciò sia possibile e rilevante. Questa minoranza socialmente ed ecologicamente motivata rappresenta la chiave di volta di un cambiamento su larga scala.»
(David Holmgren, Permacultura, dallo sfruttamento all'integrazione. Progettare modelli di vita etici, stabili e sostenibili)



"... nell'indifferenza della politica e dell'architettura colta, un pulviscolo di manufatti solitari ha letteralmente invaso il nostro territorio, spargendosi lungo le strade e i bordi delle città compatta, unendo centri urbani un tempo distinti, arrampicandosi lungo i declivi e arrivando a lambire il mare e i fiumi". Questo scriveva l'Architetto Stefano Boeri, nel testo di presentazione al progetto "Sezioni del paesaggio italiano" realizzato assieme al fotografo Gabriele Basilico, per la Biennale di Venezia del 1996 - VI Mostra Internazionale di Architettura.

Le nostre città sono difficili da vivere, dobbiamo tornare nei borghi e riprogettare l’umanità. Jean-Jacques Rousseau (1712-1778)

Tornare a investire nelle periferie, restituire bellezza ai borghi, ripartire dal buon esempio e dalle piccole cose.
Certamente ogni area urbana si definisce in base a chi la abita ed anche rispetto a ciò che ha intorno, la sua periferia; in questa dialettica si può parlare di forma della città.

Io sono un fotografo architetto atipico, anarchico, non mi piego alle mode e alle regole, impongo la mia creatività, la mia visione dell'architettura, tecnica e modo di raccontarla. rappresento l’architettura in maniera meno formale, forse più veritiera. Reporter di temi architettonici, sono 2.0, felice ma obbligato ad essere self made, condividendo il mio lavoro attraverso internet, i social, il self publishing.

Per me fotografare l’Architettura e l’Urbanistica, significa prendere appunti del mondo reale per metabolizzarli e appropriarmene, tentando di emozionare, trasmettendo le emozioni che mi ha provocato.
Ho un rapporto bulimico con la realtà con cui entro in contatto; grazie alle memorie digitali, scatto molte foto, pur mantenendo ritmi lenti, prendeso dall’entusiasmo e dallo stupore fanciullesco, mai pago dei punti di vista.

Uso la Fotografia come mezzo d'impegno politico e di cittadinanza attiva, tra bellezza e racconto di visioni, pensieri, riflessioni, proposte; uso la Fotografia di Architettura per narrare la realtà vista e vissuta, emozioni e atmosfere, rendendo concrete, con immagini sinestetiche, le esperienze emozionali materiali ed immateriali che stimolano la mia creatività; tutto filtrato attraverso la sensibilità informata dalla mia cultura onnivora.

Per svolgere i miei reportage architettonici ho sempre mantenuto una certa leggerezza nella scelta degli apparecchi fotografici che mi permettesse di scattare molte fotografie, cambiando velocemente di posizione e punto di vista, mobile come un pugile sul ring, usando ottiche normali o medi grandangoli; ed oggi, grazie alle potenzialità offerte dal  computer e dai software di post produzione, pur essendo tornato al bianco e nero, fotografo a colori  per lasciarmi la possibilità di rivivere il momento dello scatto. Grazie al digitale uso macchine più piccole col vantaggio di stancarmi meno nel trasportarle, di poter scattare ancora più foto grazie ai giga delle memorie, e di poter lavorare tranquillamente, usando spesso zoom grandangolari che mi permettono la facilità e velocità di riquadratura dell’area fotografata, conoscendo bene le possibilità di correzione prospettica dei software di post produzione. 

Provando a raccontarmi dirò che, con una formazione di architetto passato alla fotografia, guardo, penso e fotografo l’architettura come facessi  il ritratto ad una persona: spesso è più importante quello che si nasconde nell’ombra, rispetto a quello che si vede in luce; l’anima del soggetto.

Fotografo Architetto Narratore 2.0, autore, artista, filosofo, asceta, visionario, contemplativo, meditativo, antropologo, sociologo, lento per nascita e per scelta, lavoro con sguardo lento, vivo e viaggio praticando l'ozio creativo e le soste estatiche estetiche; guardo, osservo, 5 sensi + 3 spirito mente e cuore, medito, abbandonando il frastuono delle parole, raccontando con la forza narrativa ed evocativa delle immagini. 
Viaggio lentamente a piedi, con uso di pipa e sigari, macchina fotografica al collo, computer online, interpretando e narrando emozioni pensieri e suggestioni dei viaggi.
Come autore racconto le mie osservazioni e visioni, punti di vista, nel mio moto a luogo, lento, di voyeur dell'abitare quotidiano.

Quindi, la mia percezione dello spazio è inedita e personale: legata certamente allo sguardo, ma anche al camminare, al muovermi fisicamente, alla ricerca di un punto di ripresa espressivo ma anche non scontato. E, cercando quel punto, è per me inevitabile continuare ad accumulare metaimmagini e metapensieri che producono non immagini definite, ma ipotesi di immagini. Così mi muovo come un rabdomante alla ricerca di una sorgente, sulla scorta di un'ipotesi che mi consente di leggere comunque il sistema delle sorgenti in generale. E' un processo continuo di ricerca e sperimentazione, che alla fine restituisce l'impressione di assorbire lo spazio e al contempo esserne assorbiti.

Nelle mie opere non sono solo le persone a parlare ed esprimersi, ma architetture, paesaggi urbani ed antropizzati, dell'Italia minore con la M maiuscola

Quando iniziai a fotografare architetture e paesaggi urbani, la mia preoccupazione era riuscire a renderli puliti, cercando di dare evidenza e leggibilità alla loro eccezionale qualità storico-architettonica, anche a costo di rimuovere le incoerenze o le contraddizioni (cartelli stradali, automobili, manifesti pubblicitari, e perfino persone). Ero fortemente interessato solo alla forma degli edifici, alle facciate, agli angoli, alle superfici, alle profondità dei volumi, alle differenze di linguaggio dei manufatti.
Ambivo ad avere un sistema che mi permettesse di eliminare i disturbi col fotoritocco, ma paradossalmente, oggi che i software di post produzione me lo permetterebbero, mi sono reso conto che l'architettura è un progetto vivo, reso vitale dal vissuto, personalizzata da chi lo vive quotidianamente; inserito nella vita del quartiere e della città, con la sua personalità, ma metabolizzato dal luogo dove vive, integrato e personalizzato da chi lo vive.
Il mio lavoro ha una forte relazione con questi aspetti e non credo debba essere inteso come documentazione rigorosa e/o scientifica. Piuttosto, come un libero tentativo di attraversamento di un'esperienza problematica e senz'altro critica della vita vissuta e delle trasformazioni sociali ed antropologiche.

Così mi sono interessato anche a tutto quello che sta oltre, fuori e dentro il profilo degli edifici, e che contribuisce al disegno "urbano" dello spazio, l'idetità materiale e immateriale, il genius loci dei luoghi e territori.

Le fotografie di dettaglio estetizzano alcuni aspetti, quelle d’insieme, invece, contestualizzano meglio restituendo informazioni più realistiche. La qualità della luce, poi, forte e diretta o morbida e diffusa, gioca un ruolo fondamentale.
Dalla fine degli anni settanta, quando iniziai a fotografare professionalmente l’architettura, mi piacciono immagini scultoree, plastiche, graficamente perfette nel sofisticato equilibrio tra luce e ombre..
La rappresentazione statica e ordinata dello spazio e delle architetture è un modo di essere di cui non potrei liberarmi perché caratteriale, pertanto non sento il bisogno di liberarmene; rappresenta forse anche il mio modello di coerenza linguistica.

Credo che il mondo e l’architettura, possano essere osservati con atteggiamento contemplativo, partendo da un punto di vista lontano, ma frammentandolo con lo sguardo attento, con l’obiettivo di fissare e raccontare quanti più frammenti possibili.
In definitiva, è come se il luogo parlasse da sé e io mi limitassi a posare il rettangolo della fotocamera sull’immagine del mondo; la fotografia di edifici ed architetture sono semplicemente tessere di un mosaico, pezzi sottratti al tutto.

Al centro del mio interesse fotografico c’è, sempre e comunque, l’Architettura e il Paesaggio Urbano, luogo prevalente delle opere architettoniche, dalle più belle alle più modeste, dell’Italia minore, che costituiscono l’ambiente vissuto dalle persone. E, per quanto da sempre sedotto dalla grande architettura storica, dalle opere antiche e moderne dei maestri, continuo incessantemente a fotografare la città “media”, i borghi, le periferie, dove la concentrazione creativa e la qualità progettuale si diluiscono nel paesaggio circostante e i modelli originali, espressione di modelli ispirati dal basso, che vengono vissuti in uno stato di continua resilienza nell’abbandono e nell’azzeramento del codice genetico.
Sono anche attratto dalle zone di confine, dai limiti delle città e dei borghi, dove le contraddizioni dialettiche sono più marcate; dove si possono individuare quei caratteri formali che raramente interessano la critica dell’architettura e che gli urbanisti liquidano spesso in modo sommario, con definizioni distanti e astratte.

Credo, per averlo vissuto, che sia normale che un fotografo cambi atteggiamento nel tempo, attraverso l’esperienza visuale e lavorativa.
Ciò che da tempo mi pongo come obiettivo è riuscire ad avere uno sguardo in grado di leggere e raccontare una nuova “bellezza”, che non esclude ma convive con la mediocrità.
Non si tratta di estetica, bensì o sforzo di afferrare a realtà fisica la cui immagine sembra perennemente sfuggire allo sguardo dei più. 
Se, l’identità e gli aspetti psicologici sono leggibili nei caratteri somatici e  comportamentali delle persone, a me piace estendere il concetto anche alle città e ai luoghi: l’atto del fotografare, inteso come lettura dei caratteri, aiuta a capire la forma semplice o complessa dei luoghi, a coglierne analogie o differenze fino a illuderci di poter conoscere il reale attraverso la sua immagine e di poterci impossessare, virtualmente, della sua identità materiale e immateriale.

Per me fotografare è un terreno da conquistare e attraverso il quale acquisire sempre più esperienza. Tutto si è allargato moltissimo a cominciare dalla mia capacità percettiva. Certamente, agli inizi ero meno selettivo, fotografavo tutto quello che vedevo. Successivamente, ed oggi ancor di più, pur mantenendo la stessa concezione dello spazio, ho dilatato i tempi della sua rappresentazione; così che ciò che carpisce la mia attenzione e mi fa puntare la macchina fotografica è più essenziale. Ho comunque mantenuto la passione per i cieli nuvolosi e drammatici; l’uso dei toni forti contrasti; e mi sono riappropriato del bianco e nero che mi permette di rappresentare le architetture e i paesaggi con maggiore astrazione.

Il mio segno caratterizzante è la contemplazione unita ad una visione critica ed estetica, attenta a cogliere e a restituire la realtà così com’è, nella sua complessità e totalità, senza pregiudizi e preconcetti, ma giudizi di derivazione culturale e di pensiero. 

La fotografia erroneamente pensata oggettiva, in realtà è estremamente soggettiva, perché realizzata da un uomo o donna con la loro personalità. Quindi, il fotografo pur nell’attenzione continua a non contraddire ciò che gli si pone davanti all’occhio, non può non sentire, pensare, riflettere, considerare, essere influenzato dai sentimenti, e dalla sua cultura, né dall’accumulo delle esperienze vissute. 
Comunque, essere  contemplativo con sguardo lento, significa mettere a fuoco e cogliere tutto senza reticenza, escludendo nulla, magari scegliendo il proprio punto di vista, in senso lato e impossessandosi e rendendo protagonisti architetture e spazi.
L’occhio deve diventare tutt’uno col cuore e col cervello, come amava dire Henri Cartier Bresson, con il medium fotografico, e la sua macchina ne diventerà un prolungamento, senza bisogno di esasperazioni da grandangolo, compressioni da teleobiettivo, né colori artefatti.

La preoccupazione di usare la luce e le ombre per delineare lo spazio è ormai una cosa che appartiene al passato, perché lavoro di giorno, di notte, col sole ed il cielo grigio, con qualsiasi luce, perché sono  arrivato alla convinzione che luoghi e architetture vivono e si trasformano nella realtà mutante.

Quello che mi interessa è la vita delle architetture inserite nello spazio dei processi urbani; quindi niente tecniche per realizzare fotografie ricercate, ma utilizzo la narrazione e la sequenza narrativa delle immagini, che mi è propria da sempre, usate per assemblare progetti editoriali, che a partire dagli anni duemila, con l’avvento del digitale, sono libri venduti online, realizzati col self publishing, che mi permette di applicare le conoscenze grafiche acquisite negli anni della carta stampata.

Per questo, ultimamente, analogamente al ritorno al bianco e nero - come in un ideale ritorno alla mia formazione e alle mie passioni - mi sto molto impegnando nella costruzione di libri. È lì che si esprime ora la mia ricerca; il mio sguardo e il mio discorso sulle città, non è finalizzato tanto a mettere in mostra una serie di fotografie più o meno belle, semmai mostrate attraverso video proiezioni, ma cercando invece, un’articolazione e una dialettica interna alla produzione della sequenza narrata a stampa.

Propongo i miei lavori fotografici pubblicandoli come Taccuini Fotografici di Viaggi nell'Italia minore con la M maiuscola - dall'arabo taqwin "giusto ordine", raccolta - contenenti appunti visuali che raccontano soggetti di luci e d'ombra che si fanno luoghi dal vivere quotidiano, interagendo con i luoghi circostanti; paesaggi urbani, naturali, rurali, antropizzati, identità materiali e immateriali del più grande giardino emozionale diffuso.
Non sono taccuini illustrati, ma testimonianze nelle quali immagini sinestetiche assurgono a linguaggio autonomo, grammatica e sintassi di racconti che fanno rivivere un flusso di emozioni, appunti, riflessioni, pensieri, considerazioni, evocando seduzioni



Ognuno ha una sua identità che gli deriva dal talento e dalla stratificazione delle esperienze visuali vissute, dagli studi, dalla cultura.
La mia identità è quella del monaco (uomo solitario) che si esprime con la fotografia artistica in bianco e nero che forma un tutt'uno assieme a luce ed ombra, tre elementi che assieme vanno a formare una quarta dimensione che si fa solida e fluida allo stesso tempo, nel variare della luce del giorno, nei componenti che solo la fotografia sinestetica può restituire: i colori, l'aria, i profumi, i suoni, pieni e vuoti, presenze e assenze.
Bianco e nero perché nella sua essenzialità è in grado di estrapolare l'anima dei soggetti fotografati. Il colore, infatti, con la sua presenza ingombrante, debordante, rischia di diventare primo attore, soggetto lui stesso; lasciamolo ai pittori. Il bianco e nero è uno strumento più collaborativo per raccontare forme, luci e ombre, vuoti e pieni, essenziale e pur ricco di sfumature coloristiche date dai contrasti e dalla scala di grigi tra il bianco più luminoso e il nero più profondo; inoltre è più astratto e meno sensibile all'evento, come è invece il colore, che rischia di esasperare o sovrainterpretare il reale.

Sono innanzitutto fotografo "Documentarista" e mi sforzo di mostrare una realtà comprensibile, riconoscibile, leggibile. Mi interessa cioè - restando fedele al linguaggio documentario e convinto della sua inalterata capacità di esprimere un equilibrio e una distanza equa con il mondo esterno - scansionare luoghi, territori, architetture, tentando di ricostruire un senso possibile tra l'esperienza della visione e lo scenario che mi sta davanti.

Il linguaggio fotografico favorisce una lettura della trasformazione stratificata del Paesaggio Urbano. La foto diventa un documento su cui lo sguardo si esercita per offrire elementi di discussione meno astratti nella lettura del territorio.

Non appongo solo una firma di prestigio, ma mi coinvolgo col mio stile espressivo, il linguaggio interpretativo, denso di soggettività.
Il mio lavoro non è un reportage né una riproduzione di un inventario, quanto piuttosto, testimone visivo, di provare a comporre uno stato delle cose, un'esperienza diretta dei luoghi, affidata a una libera e personale interpretazione.
Uso l'occasione delle campagne fotografiche per organizzare progetti di partecipazione collettiva, eventi finalizzati all'incontro con le cittadinanze, per alfabetizzare e rendere consapevoli i cittadini dei luoghi territori architetture vissute distrattamente nel quotidiano, discutendo assieme i risultati delle mie fotografie che nell'occasione vengono proiettate, assieme alla presentazione del libro.

L'immagine induce a meditare e riflettere, arricchisce la mente e lo spirito, evitando l’imbarbarimento di singoli e società, l'idolatria per il denaro. Contribuendo con la bellezza, a migliorare “l’estetica e l’etica del quotidiano” e, quindi, la qualità della vita, per un mondo migliore.



Appunti di viaggio fra storie di architetture e città

Credo che, prima di raccontare fotograficamente un luogo o un territorio, sia interessante ricorrere alla lettura di scritti e soprattutto a narrazioni, che sono in grado di evocare, descrivere e reinventare un luogo, facendo sorgere l’esigenza di dargli concretezza visiva attraverso le immagini. La capacità analitica della scrittura approfondisce e dilata il tempo della percezione e dell’immaginazione, ma necessita di tempo e pazienza per leggerla; al contrario, il valore simbolico e stratificato, unito al linguaggio immediato della fotografia ha la capacità di una decodifica veloce per meglio comprenderne il messaggio. 
Quindi se le immagini parlano e raccontano, è pur vero che nella mia formazione, oltre la cultura artistica, hanno contribuito, ispirato e confermato la mia idea di narrare l’Italia Minore con la M maiuscola, tra gli altri, scrittori come Paolo Rumiz con la “Leggenda dei Monti Naviganti”, Wolfang Goethe Guido Ceronetti e Guido Piovene con i loro “Viaggi in Italia”, o Gianni Celati (leggete quest’intervento illuminante “di cosa si parla quando si parla di paesaggi’”), che con la sua minuziosa descrizione di percorsi minori in luoghi anonimi della pianura emiliana, ha rappresentato non solo un ritratto topografico, antropologico e sociologico delle realtà conosciute, ma anche una visione poetica che aiuta a interpretare un mondo spesso misterioso e, in fondo, reiterato nell’arco dei secoli, prima e dopo di lui da altri scrittori.

Come descrivere il modo compulsivo, con cui mi avvicino alla realizzazione di un lavoro: una costante, evento ricorrente, una condizione, un rito. Lo stato d’animo che racconta il mio modo di arrivare a scattare, è il mio stato di fibrillazione, teso e nervoso per l’ignoto e la preparazione delle attrezzature, prima di partire, che poi, giunto sul posto, continua e si trasforma in una fase psicologicamente più intensa durante i sopralluoghi per le riprese, quando si rincorrono domande: da dove cominciare, cosa vedere, cosa scegliere, come limitare le aree e i soggetti da fotografare, con quale metodo e come stabilirne i confini? La zona industriale e la periferia saranno interessanti? Anche se il centro storico e i monumenti in questo primo stadio della ricerca mi interessano meno, non posso escluderli dal sopralluogo, altrimenti come capire questa nuova città?

Le città e i territori sono come un libro che bisogna sfogliare e leggere pagina dopo pagina, per intero; diversamente si rischia di non afferrarne il senso. E se è vero, che la città è come un grande corpo dilatato, incommensurabile, per capirci qualcosa bisogna avere pazienza e darsi tempo per capirlo, farlo proprio e restituirne l’anima.

E’ evidente che ci sia differenza tra un luogo e l’altro: non tutto è sempre fotografabile o rappresentabile come si vorrebbe; sono convinto che l’esperienza del luogo fatta attraverso la visione, l’empatia e la relativa azione fotografica, possano diventare importanti almeno quanto il soggetto ripreso. 
A questo proposito, il famoso architetto Aldo Rossi, ebbe a scrivere una considerazione ampiamente sottoscrivibile: «Ogni luogo è certamente singolare proprio nella misura in cui possiede sterminate affinità o analogie con altri luoghi; anche il concetto di identità e quindi di straniero è relativo. Ho sempre affermato che i luoghi sono più forti delle persone, la scena fissa è più forte della vicenda. Questa è la base teorica non della mia architettura, ma dell’architettura. Credo che il luogo e il tempo siano la prima condizione dell’architettura e quindi la più difficile».

Per prima cosa, come sempre, prima ancora di partire, vado su Google map alternando la mappa con l’immagine satellitare 2D e 3D, per prendere confidenza con l’area del soggetto da fotografare. Poi mi procuro una carta, le guide, le mappe colorate, a diverse scale di ingrandimento. Bisogna leggere la forma della città, verificare i suoi percorsi urbani, ma arrivato finalmente sul luogo, relativamente preparato in teoria e in astratto, la realtà è sempre un’altra cosa, perché  tridimensionale con le sue luci e ombre, immersa nei suoni negli odori e nella luce. Così in me si mette in moto, in modo quasi automatico, uno dei processi propri di questo tipo di fotografia, la “misurazione” visiva; la scelta del punto di vista è fondamentale. Da quel punto si proietta, cioè si misura, ci si sposta e decentra, avvicinandosi o allontanandosi dal soggetto. L’esercizio del guardare scorre su binari virtuali, in tutte le direzioni, come su un tavolo da disegno, alla ricerca di una configurazione spaziale. Liberare la percezione, provocare il dialogo possibile con lo spazio, l’architettura, la città; e, nel silenzio, vedere con l’occhio della mente ciò che andrò a registrare. Passando dallo sguardo allo schermo della macchina fotografica, ridefinire in modo soggettivo e speculare il senso di ciò che appare: scattare la fotografia.



Architetti e fotografia, architettura e fotografia

L'architettura è creata dall'architetto, ma se la vediamo attraverso una fotografia ha una seconda paternità affidataria o adottiva, quella del fotografo.

Nikolaus Pevsner tedesco naturalizzato inglese dopo la seconda guerra mondiale, grande storico dell'architettura, nella prefazione al libro di Gernsheim "Focus on Architecture and Sculpture", scritto nel 1949, parlando del rapporto tra fotografia ed architettura, scrive: “Il potere del fotografo di valorizzare o distruggere l'originale è comunque innegabile. In un edificio la scelta dei punti di vista, degli angoli, della luce è semplicemente ciò che crea lo spazio. Egli può fare apparire la navata di una chiesa alta e stretta oppure larga e tozza, quasi senza tener conto delle sue reali proporzioni. E inoltre, può evidenziare così intensamente un dettaglio da renderlo più convincente sulla lastra che nell'originale.”

Quando si lavora per una committenza specifica, si è rinchiusi in ambiti circoscritti di restituzione della fotogenicità di un’architettura, spesso costretti ad allinearsi a stereotipi visivi, del già visto, fotografia di prospetto, fotografia frontale, riprese a 45 gradi, dettagli, attenzione al rapporto volumetrico e all’insieme di regole consolidate che tendono a magnificare l’architettura. Difficilmente si può raccontare il rapporto delle architetture con i luoghi circostanti.

La fotografia dell'opera dell'architetto realizzata per le riviste di settore o per le pubblicazioni specialistiche cede troppo spesso a ragioni formalistiche, intente a riprodurre le virtù compositive, volumetriche, se non addirittura grafiche dell'edificio, e poco attente alla sua dimensione umana e sociale. Quasi mai vengono ritratte le persone che fanno uso degli ambienti, ancor meno gli oggetti che possono “sporcare” la qualità dello spazio rappresentato.

A questo pensiero, che oggi non condivido più, aderiscono perfino alcuni fotografi famosi; ad esempio Ugo Mulas, nel suo celebre libro “La Fotografia”, parlava di un potere evocativo di ciò che è assente dall'immagine, un potere proprio della fotografia; e di questo parere era anche Gabriele Basilico, che ha sempre fotografato le città prive di abitanti.

Insomma, assecondando le riviste di settore, che non accettano la creatività personale e il punto di vista dell’autore fotografo, si è costretti a dimenticare che, invece, si può usare un linguaggio innovativo o diverso anche in architettura, e lasciar parlare la personalità del fotografo e dell’architettura ritratta. Può accadere quando la comunicazione dell’architettura si apre al linguaggio dell’arte; un modo diverso di raccontare con le immagini che deriva da altre esigenze narrative, progettuali o poetiche.

Un aspetto che aiuta a mitizzare un architetto, a renderlo un archistar, è la scelta di immagini “corrette”, sempre poche, ben selezionate e spesso le stesse. Questa reiterazione di un numero limitato di immagini, aumenta virtualmente l’autorevolezza dell’autore e della sua opera architettonica, perché ne amplifica l’identità.

Oggi, la complessità e la natura specifica del linguaggio con cui l’architettura partecipa al circo mediatico della comunicazione visiva globale, costringono gli architetti ad un’attenta e non casuale scelta dei partner a cui affidare l’immagine della loro opera da diffondere sui media visuali. Ecco perché si affida al fotografo e alla sua fotografia l’attento e delicato compito di rappresentare visivamente le nuove opere architettoniche, magari migliorandone originalità e qualità. Così per qualcuno, paradossalmente, accade che la fotografia diventi importante quanto, e forse più, dell’architettura stessa, e possa sostituire perfino la realtà.

I miei rapporti con architetti e riviste, invece è stato un po’ particolare non rientrando troppo in queste dinamiche. Nascono soprattutto negli anni ottanta, grazie alle pubblicazioni sulle riviste, legate a incarichi che ho avuto grazie all’amicizia e apprezzamento da parte di architetti creativi che sono diventati dei centri di gravità intorno ai quali si muoveva la comunicazione editoriale e non solo. Grazie a loro e alle loro idee, abbiamo realizzato proprio reportage architettonici, racconti di città e architetture. Sono stati architetti con cui ho intessuto un rapporto più intenso e duraturo, che è andato ben al di là dello scatto e delle convenzioni della fotografia professionale di architettura, aprendo un dialogo di tipo critico.

Come ebbe ad affermare Gabriele Basilico: “È vero che la fotografia gode, all’alba del nuovo millennio, di maggior visibilità rispetto al passato e che desta più interesse presso le altre discipline, soprattutto presso l’architettura. Si arriva a sostenere anche che lo sguardo del fotografo, orientato in modo critico e sensibile sulla città, corrisponda a una sorta di “progettazione visiva”, di rimodellazione dello spazio. Ma c’è ovviamente una differenza fondamentale tra il lavoro del fotografo e quello dell’architetto che ha, forzatamente, una funzione sociale. L’architettura è soprattutto oggetto d’uso, necessità primaria per la vita. In questo senso il lavoro dell’architetto ha importanti responsabilità, vincoli, costrizioni. Credo che la fotografia consenta, entro certi limiti, di riordinare il caos che sta davanti ai nostri occhi, che è un aspetto comune e ripetitivo del paesaggio urbano contemporaneo. Da questo punto di vista si può parlare, ma solo in termini di metafora, di progettazione”.



Territorio Tempo Immagine Il territorio è geografia, storia, cultura, identità materiali e immateriali, genius loci. Nella rappresentazione fotografica il territorio è testimonianza oppure interpretazione, o addirittura trasfigurazione. A volte tutte le cose insieme. Quello che mi piace realizzare è immagini in apparenza descrittive ma che contengono allusioni e rimandi culturali non immediatamente percepibili. Mi rendo conto che, pur nella varietà dei soggetti fotografati, nel tempo, la visione mi porta a ripetere le stesse fotografie da circa quaranta anni, a reiterare analoghi punti di vista, stesse distanze di osservazione e variazioni di luce. Penso che nel lavoro ripetuto giorno dopo giorno, anno dopo anno, si sviluppi nostro malgrado un approccio personale metodologico quasi ossessivo e certamente ripetitivo, che ripete una ritualità, come per servirsi ogni volta di un codice di accesso personale ben collaudato. La ritualità, infatti, è una scelta di metodo, un comportamento sicuro, un modello operativo in cui riporre fiducia sempre e ovunque. La percezione dello spazio attraverso questa ritualità ha sviluppato in me un atteggiamento conoscitivo con attività semplici come camminare, guardare, ascoltare, prendere le misure, confrontare, cercare il centro l’equilibrio che però non vuol dire solamente realizzare foto simmetriche, sottolineare la frontalità, cercare il perfetto equilibrio tra pieni e vuoti di un edificio o di un complesso architettonico. Vuol dire piuttosto, attraverso un gesto estetico, ritrovare una coerenza che non è sempre visibile in ciò che sta davanti a noi, che non è colta dai più, ma che può appartenere all’atto del vedere. Credo per altro. che la fotografia, con il suo potere emozionale e la capacità di creare icone del reale, permetta di evocare la storia, di aiutare la memoria ad essere strumento attivo e sensibile per rimettere in circolo energie trattenute o nascoste dietro le forme dell’apparenza. E se la fotografia, alla fine, non può cambiare il destino della città e della vita dei cittadini, e tanto meno influenzare in modo determinante le scelte progettuali e politiche, ha la possibilità di creare una nuova sensibilità e percezione visiva dei luoghi vissuti, per poter vivere con maggiore consapevolezza l’identità, migliorare l’etica ed estetica del quotidiano.




NE' RICCO NE' FAMOSO MA SOLO UTILE, il mio progetto 2.0 - etico estetico impegnato -, va oltre le parole e, attraverso l'uso delle immagini, vuole creare racconti visuali ed icone emozionali che possano entrare a far parte dell'immaginario collettivo, per una consapevolezza del vissuto.
Non appongo solo una firma di prestigio, ma mi coinvolgo col mio stile espressivo, il linguaggio interpretativo, denso di soggettività.

La fotografia è strumento di comunicazione in grado di coinvolgere tutti ed ognuno, con la sua sintesi e immediatezza; attraverso la sua forza evocativa, la potenza testimoniale, supportate da un linguaggio esteticamente “accattivante”, largamente comprensibile; se non può cambiare il mondo, induce a meditare e riflettere, arricchisce mente e spirito; contribuisce a sviluppare consapevolezza, mostrando “l’estetica del quotidiano”, migliora la percezione della qualità della vita; grazie alla capacità di parlare un linguaggio tra i più comprensibili e coinvolgenti al mondo, può cambiare le coscienze e creare opinione pubblica. Ispirate da sensazioni ed emozioni, la lentezza dello sguardo, hanno la capacità di indurre letture da cui scaturiscono pensieri, considerazioni, rimandi culturali.

Meglio delle parole, le immagini, creano icone emozionali, in grado di coinvolgere, divulgare, sensibilizzare, creare consapevolezza ed opinione pubblica, tentando di coinvolgere la cittadinanza, migliorare il quotidiano e la vita degli individui e della società, per un mondo migliore.

Oggi, un foto-architetto e foto-urbanista non ha bisogno di andare lontano, per ispirare il proprio lavoro, gli basta girare nei dintorni della propria casa, andare nei sobborghi e periferie della sua città, per trovarsi di fronte ai suoi soggetti.

Borzone de Signorio Sabelli da parte di madre, provengo da una famiglia nella quale ho antenati illustri tra i quali, oltre a 5 Papi ed 11 Cardinali, i pittori Luciano Borzone (Genova 1590-1645) e i figli e allievi Giovanni Battista BorzoneCarlo Borzone e Giovanni Francesco Maria Borzone (Genova 1625-1679), pittore e ad astronomo chiamato in Francia nel 1656 ad affrescare il castello di Vincennes (Lagrange); lo zio Luigi Ottavio Borzone de Signorio Sabelli; mentre, da parte di padre, Mimmo Rotella. Naturalmente il mio bagaglio culturale artistico è intriso di arte italiana, e non solo. Mi ritrovo nei vedutisti, in pittura macchiaioli, Segantini, Canaletto, Boldini, Bernardo Bellotto, Guardi; ma anche negli acquarellisti Ettore Roesler Franz, lo stesso Goethe e il più recente Aldo Riso; per il disegno e la grafica Durer, Piranesi
Tra i fotografi, certamente rientro nel solco dei fotografi di architettura e paesaggio, alcuni dei quali coetanei contemporanei e "concorrenti", Gabriele Basilico, il più vicino, ma anche Mimmo Jodice e Luigi Ghirri; mentre per la fotografia rurale ed antropologica, l'amico Mario Cresci.

Per finire, dirò che dopo quarant'anni di attività fotografica, oggi trovo ci sia bisogno di alfabetizzare alla comunicazione fotografica; infatti, la fotografia democratizzata dai nuovi mezzi di ripresa, diffusa dai social media, è maltrattata, maleducata, brutta, inutile.

Io, Fotografo autore, sento il diritto e dovere di alfabetizzare alla bellezza, alla scrittura visiva, al saper vedere, a sapere esprimere le proprie idee ed emozioni attraverso un progetto visivo, alla scelta del punto di vista, ad una corretta inquadratura; a fotografare seguendo la grammatica e la sintassi del linguaggio fotografico, evitando linee cadenti, inutili distorsioni e fotografie oblique. Fotografare emozioni per emozionare.

“Non c'è dubbio che abbia poco senso ammassare centinaia di migliaia di fotografie in un grande registro nazionale, se gran parte di esse continuano a essere scatti amatoriali privi di gusto estetico […]. E' mia ferma convinzione che il fotografo incapace di apprezzare la bellezza di un'opera d'arte non sarà nemmeno capace di ricreare quella bellezza per l'apprezzamento del pubblico.” Sono parole di Helmut Gernsheim, tratte dal suo libro Focus on Architecture and Sculpture, la cui prima edizione è del 1949. Gernsheim, tedesco di Monaco, fotografo, collezionista e storico della fotografia, lavorò per il National Buildings Record britannico tra il 1942 e il 1945. Secondo la sua opinione, per costruire un buon archivio visivo dei beni culturali e architettonici non servono molte fotografie, ma fotografie ben pensate, prima ancora che ben eseguite; dunque, la semplice necessità documentativa dell'architettura e le fotografie che la certificano si pongono un gradino sotto la fotografia concettuale, soggettiva, d'autore, che esprime una conoscenza pregressa degli oggetti che rappresenta, raggiunta attraverso studi e ricerche preventivi allo scatto.


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