Omaggio a Ischia di Pier Paolo Pasolini


Avventura a Ischia, luglio 1959

Esco dal mio albergo. Piove ancora un poco. Sono solo.
Solo, e porto in giro i miei due occhi, più ingenui e contenti di quel che credessi. Solo: io e Ischia. Io e migliaia di cose, migliaia di persone. Tutto nuovo.
Scende la sera. L’intera Casamicciola (nella foto) è sul suo porticciolo.
Nativi e Villeggianti si confondono: è la piena sagra dei grandi giorni d’estate. Prendo un piccolo pullman, anzi pulmàn, e in dieci minuti arrivo a Porto d’Ischia. È già sera. Ma questa è una città! La pace di Casamicciola è un sogno. Qui vie, vicoli, lungomari sono scintillanti, la gente è un fiume. Giro e guardo fino a morire di fame. Urge un ristorante. Un giovane marittimo mi porta in un posto che mi assicura buono.
Scendiamo verso il mare: tutto è buio, il mare sbadiglia qua sotto come un enorme cane addormentato. “Michele” sorge su delle palafitte: è deserto, ci sono solo figlie e amici del padrone: è la loro sera estiva, e, a pancia all’aria, chiacchierano nella loro misteriosa lingua. “Ne, Michè! ci sta da mangiare?” fa la mia guida, tremebonda per il suo prestigio, e perciò col piglio feroce del guappo. C’è, c’è. Si mangia anche bene.
Michele si siede un po’ accanto a noi: ha la faccia ch’è tutta una parola ma non parla. Grasso, unto, nero, asmatico come un eroe di Andersen, dà poche notizie assolute. “Quanto costa qui la pensione?” chiedo. Fa la faccia mesta, abbassa gli
occhi come recitasse mentalmente il Pater noster, minimizza col tono della noia, del risaputo, del normale, del modesto la risposta: “Tremila lì”, e attacca un “re” ch’è un soffio. “C’è qui qualche personaggio importante?” Prima non capisce poi
afferra e, paziente, tendendo la ciccia molle e nera delle ganasce: “Ce sta un’attrice della Warner Brosse, ma nun Saccio ’o nomel”. Beh, Ischia è scoperta, ma, meno male, gli ischitani ancora non lo sanno.
Arrivano sei: tutti sui diciotto anni, tre maschi e tre femmine. Romani. Ordinano, le ragazze facendo la lagna alla De Luca-Panaro, i maschi col flebile malandrinismo dei figli di papà studentini. Si comportano alla milanese. Sono autonomi, cenano soli, ridono e parlano senza dire niente.
Andandomene sento l’ultima frase di una pischella che fa, a un maschio: “Beviamo nello stesso bicchiere, tanto ormai...”

Tutte le strade sono ancora piene: gruppi di ragazzi locali, marinai, donne ricoperte di fazzolettoni e giacchettoni da bazar... La sera passa: splendidamente - devo dire - passa. 
Rivado a prendere il mio pulmàn. Ma, mannaggia "o demonio", nel bivietto deserto, accanto a un caffeuccio chiuso, aspetto, aspetto. Questo pulmàn non arriva. Si presenta invece un giovincello, basso e squallido come sanno esserlo solo i napoletani. Mi ha visto nel battello la mattina e questo è il pretesto per la sua breve storia, narrata con molta dignità del resto: “Sono venuto a Ischia, a Sant’Angelo, per lavorare come cameriere: ero d’accordo con l’albergo e mi hanno messo in prova. Ma io sono commis, mentre loro avevano bisogno di un demi-chef. Mi tengono in prova lo stesso e mi fanno lavorare tutto il giorno. La sera mi mandano via, senza darmi nemmeno una lira. Ma voi non agite da galantuomini, io dico. Ma non c’è niente da fare: mi danno nu poco ’e pesce da mangiare, e mi congedano. L’ultimo battello. Non c’erano più pulmàn e per tornare giù ho dovuto prendere una motocarrozzella: e ho dato le uniche seicento lire che avevo in tasca. Adesso devo passare la notte passeggiando a Porto, e domani non ho i soldi per tornare...
” Storie di sguatteri, una delle migliaia di storie di tutti i giorni.
Gli do un po’ di grana. Arriva il mio pulmàn. Riparto.
La notte è alta. Ischia è come duemila anni fa.

Sul porticciolo di Casamicciola c’e ancora un po’ di gente: sono guappetti, alcuni stagionati, ma sempre fermi li, a quell’eterna età del meridione, l’età di Narciso.
Prendo! per la prima volta coscienza dell’esistenza dei loro mezzi: le motocarrozzelle. Sono i calessini dei coolies cinesi, attaccati a una vespa. Di legno compensato, hanno la nobile forma panciuta delle botticelle, e sono stati accuratamente provvisti di tappetini, di bracciali, di cuscinetti. La Terra del Sole ha sempre un certo odore di chiuso. Mi avvicino a uno, biondo come una lumaca, selvatico, e mi metto d’accordo per il giorno dopo. È col coolie che mi va di andare a Sant’Angelo.
Il patto è fatto.
Torno alla cameretta del Savoia. Da anni non mi capitava di andare a letto come vanno i ragazzi, pensando con felicità al giorno dopo. Notte, fa presto a passare!
Il sole avvampa. Non c’è più un briciolo di nuvole nel cielo. La brezza mattutina gira come un angelo. Mi lavo, esco.
La motocarrozzella è là, nel sole ancora dolce, con accanto il ragazzo spettinato e impastato di sonno. Si parte.
Giù da Casamicciola, lungo il mare. Nei bar assolati la gente fa colazione. I primi bagnanti col passo annoiato e concentrato che dà lo zoccolo, se ne vanno verso le loro care abitudini, gli operai lavorano come testuggini nere sotto il sole che ancora perdona. Due minuti e siamo a Lacco Ameno. Qui devo fermarmi! C’è quel famoso albergo di Rizzoli di cui tutti mi parlano. Eccolo li, discreto, nitido, arieggiante l’architettura locale ad archi moreschi, con accanto un calco di terme, pseudo neo-classiche, abbaglianti. Scendo. “C’è qualche personaggio, qui?” chiedo al mastino che sta accanto alla macchina, con la sua gloriosa visiera. Mi guarda, mi considera, nasce la complicità, se non fa l’occhietto poco ci manca: la faccia gli casca di dosso, naviga in un mare di sottintesì, diventa quello che più deve essere, rotolando verso il più basso gradino della furberia, che è poi sublime. Con affabulazione degna di Plauto, mi mormora, come se, lui, fosse assente: “Ci sta il conte Visconti”.
Poi mi guarda, freddo, staccato: per un attimo. Subito tutto si rivoluziona di nuovo: la sua faccia è una esplosione di felicità.
Alza le braccia al cielo, con le palme in avanti: “Io nun saccio niente!” fa. Io gli sorrido, idiota, rozzo settentrionale, per fargli capire che ho capito. Ma lui non molla, resta là, fermo, con le braccia al cielo, a isolarsi, a proclamarsi ignaro, innocente, inerme, muto, cieco: “Io nun saccio niente!”.
Bene. Entro nella hall, elegantissima. Cominciano le ricerche. Come il solito, poveri camerieri napoletani, girano, si rigirano, e non colgono mai il segno, si fanno in quattro e non risolvono niente. Devono sempre tristemente concludere, rovesciando indietro la testa, protendendo il mento e facendo “pct” con le labbra come se dessero un bacio al niente, al niente fatale, al no che li tormenta. Insomma guidato da un cameriere cerco Visconti per tutto l’albergo, dopo che gli è stato telefonato senza risposta in camera. Cerco e vedo: lo sporting, la piscina, la sublime spiaggetta, le terme... Ritorno nella hall. Un cameriere allora va su in camera. È semplice: Visconti sta dormendo. Le teste si rovesciano indietro, i menti si sollevano, le bocche fanno pct con nello sfondo uno dei più civili Hotels della Penisola.

Riprendo la corsa. Ma, caro lettore che non sei mai stato qui, e desideri venirci, permetti che qui, corra veramente.
Forìo ragazzaglia e sole, un bianco che acceca. L’interno, con l’Epomeo opaco, informe. A Panza stanno preparando luminarie, archi di lampadine, tra le bicocche di un paese senza villeggianti, beduino. Su ogni muretto c’è qualcuno che dorme, con facce da zingaro. 
Poi ecco, isolato, fuori dal mondo, Sant’Angelo. La strada finisce, diventa un sentiero polveroso; su uno spiazzo tutto polvere accecante, un posteggio con le macchine roventi. Sotto lo strapiombo, una lingua di terra, di sabbia, con un mucchio di casette: in fondo a questa lingua un massiccio, un piccolo mostro, inaccessibile, di scogli e rocce, con una torre in cima. Le casette di Sant’Angelo sono state svuotare, ridotte alla sola coccia: dentro, ci sono delle deliziose, confortevoli, rosse pensioni, uffici del CIT, ristorantini.
Passo la lingua di sabbia, formicolante di arabetti. Raggiunge il massiccio, lo scalo, per la pietra accecante. Voglio fare il bagno dove nessuno lo fa. Mi arrampico fino dove si soffrono le vertigini, per una parete ch’è uno scoscendimento infernale. Il sole infuria. Sento delle grida. Dietro uno spuntone
calcinante, vedo due bambine, accanto a un pertugio. Sono spaventate, strillano, strillano. Dal pertugio esce un maiale, poi un altro, grugnendo come impazziti. Si gettano su un mastello pieno di broda, tra le gambe delle bambine, divorano la loro roba, sussultando come mantici, luridi.
Raggiunge l’eremo, scendendo a quattro zampe, tra pinnacoli, guglie di scogli. Faccio il bagno, solo in una luce che pesa sul mare come un lastrone.

È il crepuscolo a Casamicciola: mi accingo a partire, col battello delle sei... 
... Alzo gli occhi, e sul molo di Casamicciola, contro un esercito di motocarrozzelle vedo, solo, Luchino Visconti...
... Visconti mi porta un po' a girare per Ischia, "Sono stato uno dei primi a scoprirla - mi dice. - Vengo qui da quattordici anni!" Ne è fiero. E ha ragione. Ischia è un posto dolcissimo, dove si vive senza nessuna fatica.
(brano tratto da "La lunga strada di sabbia" di Pier Paolo Pasolini - edito da Contrasto)
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