Itinerario Italiano di Guido Piovene


Negli anni trenta, per le contraddittorie strade della Penisola Corrado Alvaro, allora giovane ma già noto narratore: in bilico tra disposizione cosmopolita e idillio paesano, la raccolta di prose "Itinerario italiano" costituisce una delle prove migliori di quella stagione letteraria. 
È la ferita ancora aperta della guerra a dare avvio al suo viaggio. 
Dalla Bassa Ferrarese alla Maremma, all'Abruzzo, alle terre napoletane, alla Calabria, attraverso paesaggi, architetture e topografie dei centri minori e delle città, incontrando i mille e faticosi mestieri degli uomini e delle donne, lo scrittore intraprende una ricerca che è storica, etica e autobiografica a un tempo, e giunge a una verità più profonda e universale: è la provincia la chiave interpretativa della civiltà italiana, da tutelare contro ogni eccessivo tentativo di accentramento. La forza dell'Italia è solo in essa, la sua fortuna futura è esclusivamente affidata alla capacità di conservare, entro un tessuto umano in esposizione, quell'"intelligenza, qualità, tecnica, individualità, personalità che rappresentano l'eredità principale che ogni emigrante porta con sé dal suo piccolo municipio; la rovina della nazione, viceversa, non può non coincidere con la rescissione radicale di ogni legame con la terra d'origine

E' il diario puntuale, quasi una sceneggiatura di un film che, agli occhi di un sessantenne come me, pare visto e ricordato ma con un leggero fuori registro per scene ormai scomparse già ai mie tempi, ripercorrendo i luoghi trentanni dopo.

“Se l’Italia avesse dovuto riassumere in una sola esperienza la sua fatica a vivere, non avrebbe potuto inventare di meglio.
È lo stato naturale del popolo italiano: allo stesso modo e con la stessa fatica si procurano in qualche regione il pane e l’acqua, con la stessa pazienza rimangono dove la natura ha distrutto ogni cosa.
Ricominciamo: enormi e pietosi bambini. Ma il cannone abbrutisce, non rimane che il corpo, e il corpo è abituato a resistere. Hanno inventata una guerra, alla fine, per i contadini e i montanari, per i fabbricatori di case, per i minatori, i facitori di argini, i costruttori di strade. La guerra è diventata una quintessenza della fatica umana più primitiva”.

Corrado Alvaro nasce a San Luca, un piccolo paese nell'entroterra ionico calabrese, ai piedi dell'Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria, primo di sei figli di Antonio, un maestro elementare, e di Antonia Giampaolo, figlia di piccoli proprietari.

Nel 1905 si trasferisce nel collegio gesuita di Villa Mondragone a Frascati, diretto dal famoso grecista Lorenzo Rocci. Corrado passa cinque anni in questo collegio, frequentato dai rampolli dell'alta borghesia romana e quindi dalla futura classe dirigente italiana, studiando avidamente e cominciando a comporre le prime poesie. Nel 1910 è costretto a lasciare Villa Mondragone per aver praticato letture non autorizzate.

Compì i suoi studi liceali presso il Galluppi di Catanzaro, dove nel 1913 conseguì la licenza liceale e dove rimase fino al gennaio del 1915, anno in cui partì militare per combattere la Prima guerra mondiale. 
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