Campania: Paestum


Johann Wolfgang von Goethe - Viaggio in Italia (1787)
23 marzo 1787 «L’indomani, di primo mattino, su strade pessime e sovente paludose, ci dirigemmo verso due montagne di bell’aspetto, procedendo tra rivi e fiumane da cui ci fissavano trucemente gli occhi sanguigni di bufali simili ad ippopotami. La campagna si faceva sempre più piatta e solitaria, le rare case attestavano una misera agricoltura. Finalmente, incerti, se stessimo avanzando su rupi o macerie, finimmo col riconoscere in alcune grandi, lunghe masse quadrangolari che avevamo già avvistate di lontano, i templi e i monumenti superstiti di un’antica, fiorente città (Paestum).

Kniep, che strada facendo aveva ritratto le due pittoresche montagne calcaree, s’affrettò a ricercare un punto donde quel paesaggio tutt’altro che pittoresco potesse venir colto e raffigurato nel suo carattere peculiare. Io, intanto, guidato da un paesano, giravo tra i ruderi; e la prima impressione non poteva essere che di sbigottimento. Mi trovavo in un mondo che parlava un linguaggio del tutto conosciuto. Così come nel loro cammino, i secoli procedono dalla severità verso la gradevolezza, nella medesima guisa plasmano l’uomo, o per dir meglio lo generano; - concetto curiosamente simile a quello descritto anche nelle sue considerazioni sulla storia dei popoli dal filosofo napoletano, coevo, Giovan Battista Vico “Le modalità con cui le nazioni si sviluppano, si differenziano come detto nelle fasi di vita di ciascun uomo: infanzia (in cui prevalgono i sensi), giovinezza (la fantasia e passione), maturità (l’età della ragione) - talché i nostri occhi, e per essi tutto il nostro intimo, provano un’attrazione così spiccata e decisa verso strutture più agili, che codeste masse di colonne tozze, coniche, fittamente accostate, ci appaiono opprimenti o addirittura terrificanti. Ma il mio sconcerto durò poco; ripensai alla storia delle arti, considerai l’epoca il cui spirito si confaceva a tali costruzioni, ricordai lo stile austero della scultura, e in meno d’un’ora mi sentivo già familiare e perfino riconoscente verso il buon genio che consentiva ai miei occhi di vedere quelle rovine tanto ben conservate; ché le riproduzioni non possono darcene un’idea. Nell’alzato architettonico, infatti, esse appaiono più snelle, nella rappresentazione prospettica più goffe di quanto sono in realtà, e solo camminando intorno e in mezzo ad esse si comunica loro la nostra vita; se ne sente emanare il soffio vitale che l’architetto aveva concepito, anzi aveva infuso in esse. E così trascorsi l’intera giornata, mentre Kniep non cessava dal disegnare profili accuratissimi. Che gioia mi dava l’essere affatto tranquillo su quel punto e possedere, per il mio ricordo, documenti così sicuri! Purtroppo non c’era modo di pernottare colà; ritornammo a Salerno

Guido Piovene - Viaggio in Italia (1953-1956)
Paestum nel centro della pianura del Sele, fu città greca come Cuma, in un luogo già abitato da tribù italiche, di cui gli scavi rilevano le tracce. Fu anch'essa città sacra, dedicata a Nettuno, solo rispetto a Cuma, sorse più tardi, sette secoli avanti Cristo, e la sua civiltà ebbe vita più breve, perché schiacciata dai lucani provenienti dalle montagne. Rifiorì sotto Roma, e infatti i monumenti romani che gli scavi misero in luce, sono mescolati ai greci. L'insabbiamento della foce del Sele, l'impaludarsi delle terre, il diffondersi della malaria, costrinsero l'uomo ad abbandonare questa zona. Il più grande complesso di monumenti greci dell'Italia continentale, smarrito tra paludi e boschi, fu dimenticato: se ne perdette il ricordo, per secoli e secoli, come di alcuni templi indiani nelle foreste. Paestum fu riscoperta alla metà del Settecento. Si attribuì allora ai templi un nome convenzionale, che ancora oggi li distingue. Il più grande e più bello fu detto tempio di Nettuno, sulla scorta del nome greco della città, che era appunto Poseidon. Leggenda e verità si confondono intorno a Paestum e sul filo della leggenda si arriva alla verità. Si narrava ad esempio d'un tempio dedicato a Hera Argiva, dea dell'amore fecondo, fondato da Giasone, il leggendario capo degli Argonauti, alla foce del Sele. Dopo due secoli di vane ricerche, il tempio favoloso fu rinvenuto nel 1934 dalla tenacia di due archeologi, Paola Zancani-Montuoro e Umberto Zanotti-Bianco; fu la più importante scoperta archeologica di questo secolo. Si rinvennero documenti del culto della dea prolifica, molto profondo nella zona, tanto che si può ritrovarlo ancora oggi trasformato nei riti cristiani dei luoghi vicini; ma soprattutto le rovine insabbiate e preservate dall'oblio ci diedero una vera messa di alte opere d'arte. Il tempio di Hera è a dodici chilometri circa da Paestum; ma le opere d'arte sono state portate a Paestum stessa, nel museo di fronte all'ingresso della zona archeologica. Le maggiori perciò, ordinate recentemente, sono una novità del dopoguerra; pochi le conoscevano prima di questo splendido riordinamento, ed è il massimo acquisto fatto dall'arte in Italia dopo i funesti eventi bellici. Si ammira il gruppo delle metope scolpite con scene tratte dalla mitologia greca o dai poemi omerici, della prima metà del sesto secolo avanti Cristo, testimonianza senza pari della scultura greca arcaica. Otto vasi di bronzo, ritrovamento più recente, sono i più belli ch'io conosca. Queste meraviglie sono circondate da più minute testimonianze, specie statuine fittili, di quella civiltà piena di grazia, e dei suoi riti religiosi. E' un perfetto museo, con un difetto solo: costituito da poco, è già diventato piccolo, e si dovrà allargarlo. Gli stessi ideatori forse non credevano che i ritrovamenti continuassero tanto copiosi. Ritornati all'aria aperta, guardiamo Paestum. Le sue più grandi rovine sono delimitate in un rettangolo di terra, che si abbraccia con uno sguardo. Davanti ad esse, a poca distanza, è il mare, con piccole spiagge romite quando non è ancora stagione di bagni, dietro, in fondo al piano, i monti, intorno, la pianura, non più paludosa e boscosa come quando Paestum scomparve dal ricordo degli uomini, ma tutta fertile e salubre. Intorno al recinto archeologico, le spalliere di rose, su cui si esercitarono tanto le belle penne letterarie. Anche Paestum si è trasformata: campo di ricerca di archeologi, i due menzionati e Pellegrino Claudio Sestieri, restatuisce d'anno in anno i suoi lineamenti alla luce. Rivedo nel ricordo d'anni ancora recenti i tre maggiori templi, chiamati la Basilica, il tempio di Nettuno e il tempio di Cerere, sperduti in campi erbosi fioriti di papaveri, sullo sfondo selvaggio; ora, tra un tempio e l'altro, il terreno è gremito di nuove rovine scoperte. La necessità di conoscere ha contato di più, com'era giusto, della suggestione romantica. Ma gli scavi si estendono anche alle due parti, verso il monte e il mare. Di ieri è la scoperta della necropoli preistorica degli antichi italici, due chilometri a nord di Paestum; la ritrovarono le truppe americane di sbarco lavorando ad un aeroporto e gli scienziati cominciarono a operare dieci anni fa. A noi che non siamo archeologi, Paestum parla soprattutto per i tre templi solitari, specie quello di Nettuno, ch'è il più grande, bello e intero. Più antico del Partenone, più pesante di esso, di una pesantezza arcaica che fa per me parte del suo splendore, questo perfetto tempio dorico rivela accorgimenti architettonici sapienti, quali la cosiddetta curvatura delle orizzontali: tutte le linee orizzontali, anziché essere dritte, sono lievemente convesse. La bellezza del tempio è quella delle opere d'arte e insieme delle opere naturali. Le sue colonne, tra le quali si scorgono inquadrati ora i monti, ora il mare, sono corrose, tutte a buchi come la pietra degli scogli; ricordano i cactus giganti dei paesi esotici tra le cui fibre si scavano il nido gli uccelli, o gli alberi pietrificati in cui a poco a poco la pietra sostituisce il legno lasciandone intatta la forma. Vi fanno nido i corvi, dalle cornici pendono le bocche di leone. Il colore delle colonne è un meraviglioso giallo ocra, che diventa rosso al tramonto; perciò è tradizionale vedere Paestum a quell'ora. Per me non è meno bella il mattino, quando la pietra è tutta viva di riflessi dorati. Ma i templi di Paestum non possono essere oggetto di una visita frettolosa. Bisogna andarci e ritornarvi, vederli in tutte le ore e in tutte le luci. Paestum, come ho detto, giace in una campagna divenuta fertile. Uno degli spettacoli consueti in Campania erano le grandi mandrie delle bufale brade, nere e dagli occhi spiritati. Il diffondersi dell'agricoltura intensiva, oltre a dividere le mandrie, le ha trasformate in semi brade in gran parte, e ha moltiplicato le stalle. Dal latte delle bufale viene la mozzarella, ingrediente fondamentale delle prelibatezze gastronomiche della zona, come a Ponte Cagnano, dove si offrono venti varietà di pizza. La bufala si incontra in tutta la Campania; nella zona di Paestum gli allevamenti sono fitti, ed il caso ha voluto ch'io la conoscessi qui. Vi è certo una specie di affinità poetica tra quel grande animale nero e le antiche rovine.

Ed io, vado a Paestum con gli amici Michele e Giuseppe, miei mentori cilentani. E' mattina quando arriviamo, scendendo dalle colline di Laureantana Cilento. Un'apparizione che si svela gradatamente. Dall'esterno, lungo la strada che costeggia il recinto dell'area archeologica, si vedono sorgere i colonnati dei templi più elevati; tronchi di pietra che si mescolano a quelli degli alberi. Poi, entrati dal cancello, si apre lo sguardo e ci immergiamo in un mondo che entra nell'anima e nello spirito in un ritorno al passato, presente e concreto.
Si entra dal lato nord e da lì si inizia la visita, ma sempre con lo sguardo che abbraccia tutta l'area con l'infilata dei templi, circondata dai monti.
I visitatori non sono molti, anche il cane di Michele entusiasta corre a destra e a manca scodinzolante.
Scendiamo dal falsopiano rialzato che ospita il tempio più elevato, seguendo la strada romana che costeggia i resti dell'antica città. Mi fermo, mi giro e intravedo, dietro il tempio, nella foschia, montagne dalle cime rotonde e innevate, che fanno da contraltare con l'inizio di primavera che circonda i templi.
La scenografia creata dallo scorrere del tempo e dal sovrapporsi degli anni, hanno fruito della creatività botanica che ha posto pini, lecci, cipressi ed altri alberi che, non sempreverdi, in quest'epoca di mezza stagione inverno primaverile, alcuni si stagliano come sculture con i loro tronchi neri e spogli, altri gemmati ed altri ancora esplosi di colorati vermigli fior; interpunzioni poetiche che dialogano e abbelliscono, se ce ne fosse bisogno, il quadro delle pietre.
Di Tempio in in tempio, nella pace dell'antica storia testimoniata dall'archeologia, mi imbatto in un vecchio pittore accovacciato alla base di un tempio, che sembra esser lì da sempre.
Nel tempio una bella ragazza dai lunghi capelli sembra danzare come danzatrice greca antica, aggirandosi tra le colonne e fotografandole col suo smartphone.
Finiamo il giro con l'impressione e la certezza di aver visto ogni cosa; ma con lo scorrere delle ore, la luce, offre continue variazioni sul tema che fanno pensare che dovrei star qui dall'alba al tramonto per poter cogliere, non solo le volumetrie e la fisicità, ma anche i colori e le anime nascoste dietro la pietra di questi templi.








































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Paestum (romana) - Paistom (lucana) - Posidonia (Magna Grecia)

Regione: Campania
Provincia: Salerno
Superficie: 20 ettari circa








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Come sono arrivato

Treno: Roma Termini-Paestum - tempo percorrenza: 02:44 - Costo: € 34,90
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Taccuino Fotografico in bianco e nero d'Architettura dedicato all'area archeologica di Paestum nel Cilento in Campania. Paestum (romana) - Paistom (lucana) - Posidonia (Magna Grecia), scavi immersi nel verde, anfiteatro e i tre templi greci imponenti e suggestivi.

Pubblicato: 27 Giugno 2017
Pagine: 54
Rilegatura: Copertina morbida con rilegatura termica
Dimensioni: larghezza 21,59 cm x altezza 21,59 cm
Peso: 0,47 kg
Inchiostro Contenuto: Stampa in quadricromia
Lingua: Italiano
ISBN: 9780244316914

Prezzo: € 25,52 (IVA esclusa) 
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